op. 7, Compresenze erranti
Recensione di Llorenc Barber
Morì la musica e i suoi gesti specifici. Viviamo
un presente di erranti e complesse realtà che ci sommergono
incessantemente e integralmente. L’essenziale oggi non è tanto sentire,
ma piuttosto orientarci nel totum sonoro che ci atterisce e bagna.
E siamo ipersensibili: palpiamo, vediamo e perfino
sentiamo l’odore di ciò che sentiamo. E Garau, come tanti exmusici ci
aiuta con il suo “com-porre” a aprire la nostra finestra: l’ascolto
sinestesico, ciò che oggi si chiama comunicazione MULTIMEDIA è questo,
l’occhio intensifica l’ascolto, l’udito che spinge la visione, la cinesi
che viene in aiuto a occhi e udito e l’oscurità e la luce che danno
caorpo ad un hic et nunc concreto ma sdrucciolevole e vario.
Un esempio, il lungo stentato suonare in
pianissimo tra pause di varia durata di “Compresenze erranti” mentre
immense onde di azzurro-mare ci suggeriscono la cadenzata percezione del
tempo con il suo procedere ritmico. Miscela che pagando il suo obolo di
confusione chiarifica e senza dubbio il suo suonare è infestato - e non
potrebbe essere diversamente - di parafrasi, alcune colte e ermetiche,
altre minimali e etniche (quasi tutte quelle trattate con artifici
elettroacustici): i musici siamo troppo attacati ad un fondo storico che
tuttavia germina e ci cola nei pori. Per questo i migliori musicisti di
oggi - come Lucio Garau - sono esseri anfibi: esseri di “tuttavia” e di
“ora no” o come direbbe Heidegger, di “fatti conosciuti, ma anche di
enigmi” perciò, per Garau (come per Varese o l’ultimo Nono) lo spazio è
musica questo è “res compositiva”, non un mero accidente o condimento,
che si popola di ricorsi e ritorni, di oscurità assoluta, di monitor
video, di frasi che fanno risonare intelletti senzienti con le sue
denotazioni etc. e tutto quello configura e delinea una proposta che
(più che “opus”) è temporale seminare senza confini né pregiudizi.
La musica di Garau pertanto è un intervento nel
nostro atto della percezione, atto che si realizza in modi differenti e
che, pertanto, genera molti diversi avvenimenti, alcuni critici, non
tutti acustici. Ne consegue che la musica di Garau (una musica senza
mordicchiature né climax) non conclude con lo smettere di suonare, ma
dopo l’ascolto, continua a chiamarci con i suoi delays sovrapposti, i
suoi ostinati, i suoi silenzi e fenditure (previsti o casuali) con una
coda lunga e persistente nella memoria di chi percepisce, in cui - rara
avis - persiste in contumacia.
Llorenc Barber